Conseguenze dell’incontro Trump-Macron

Com’è andato il bilaterale Francia-USA sull’Ucraina? E quali conseguenze ci saranno?

Ci sono ben quattro passaggi che indicano gli orientamenti in campo, e tengono l’ago della bilancia sul piano dell’incertezza.

Quali?
Partiamo da quelli relativamente positivi.

Il primo, unico certamente positivo dell’incontro, è che si è parlato di truppe europee in Ucraina e Trump si è mostrato assolutamente disponibile a questa possibilità. Salvo, come ha osservato Peter Baker del New York Times, non assumere alcun impegno concreto al riguardo, demandando il dubbio alla controparte russa. Segno che, a dispetto delle intransigenti dichiarazioni di facciata, Mosca non ha ancora assunto una posizione definitiva sul tema ed è ben conscia del fatto di non poter opporre resistenza ai maggiori eserciti europei, nonostante le limitazioni di questi ultimi rispetto alle forze armate statunitensi.

Il secondo riguarda le modalità con cui dovrebbero configurarsi le sanzioni e la pace, con riferimento agli asset russi congelati dalle sanzioni, pari a circa 300 miliardi di euro. Secondo Macron non vi è la possibilità di un impegno diretto di tali risorse, ma che possono diventare parte del tavolo negoziale.
A questo riguardo dobbiamo considerare che nelle stesse ore, a Kiev, il Canada ha già aperto una strada in materia, annunciando in via preliminare, non solo la possibilità di inviare truppe in Ucraina, ma il pronto impiego di 5 miliardi di dollari derivanti da tali asset, cercando così di forzare gli alleati europei al loro utilizzo anche laddove gli ipotetici negoziati dovessero fallire. Materia dalle inevitabili implicazioni giuridiche.

Il terzo evidenzia il trend dell’intero incontro Parigi-Washington, con elementi che, come noto, rendono evidente la spaccatura in corso tra USA ed “alleati” occidentali attorno alle modalità con cui negoziare la fine della guerra.
Si pensi al passaggio in cui, senza alcun timore, tra un sorriso e l’altro, Macron ha definito Putin l’unico dittatore dello scenario di crisi. Oppure, ancor più significativo, il momento in cui Macron smette di parlare in francese e si rivolge direttamente a Trump ricordando che l’Europa ha impiegato più fondi degli USA nell’aiuto agli ucraini.
Trump, con evidenti ragioni di politica interna, scuote il capo e insiste nella sua narrazione, peraltro orientata pure a strappare un accordo vantaggioso a Kiev sull’uso delle terre rare.

Il quarto, infine, ci fa comprendere che Trump ha un’agenda completamente difforme dagli obiettivi europei.
Il presidente USA infatti pare unicamente orientato a portare a casa un qualsiasi accordo di pace, anche a condizioni totalmente svantaggiose per Kiev, e subordina un’indefinita collaborazione con gli ucraini alla firma del contratto sulle terre rare (di cui, al momento, non sappiamo se e quanto sia stato modificato per essere eventualmente accettato da parte ucraina). Una condotta confermata in ambito diplomatico con la politica delle “mani libere” tenuta all’ONU.
Gli europei invece non transigono dall’obiettivo di preservare l’integrità territoriale ucraina e rendere Putin per ciò che è realmente, ossia responsabile del conflitto in corso. Una posizione anch’essa confermata nel voto tenuto alle Nazioni Unite.
Un “dialogo tra sordi” secondo l’analisi di Ricard e Smolar su Le Monde, e possiamo riassumere i due approcci nel passaggio in cui Trump afferma: “se saremo intelligenti, questa guerra finirà presto, ne convieni anche tu?”, rivolgendosi a Macron.
E questi annuisce un vago gesto di conferma, ma non risponde.

Il coraggio di Macron rende evidente ad ogni novello Chamberlain che la pace a tutti i costi non risolve definitivamente la guerra, ma crea unicamente le condizioni per rimandarla in avanti nel tempo, offrendo solamente a tutti il contentino di una tregua. Tregua peraltro utilissima a Putin per arrestare la sua disastrosa gestione del conflitto e la crisi delle sue forze armate.
Come ricordato dalla politologa Marie Mandras infatti, in tutto il 2024 la Russia è avanzata di appena lo 0,6% nel territorio ucraino, a fronte di terribili perdite umane e materiali, mentre Kiev si è impossessata di parte della regione russa di Kursk (una carta che, a differenza di quanto sostenuto da Trump, verrà utilizzata dagli ucraini in qualsiasi negoziato).
Gli europei rimangono dunque orientati a supportare Kiev per dare la spallata finale a Putin, inducendolo a ritirarsi anche da ampie parti del Donbass oggi parzialmente occupato. Ragion per cui sono stati promossi nuovi pacchetti di aiuti militari e finanziari a favore dell’Ucraina, con cui proseguire la resistenza all’imperialismo russo, e nuove sanzioni per incrinare ancor più la modesta economia russa. Che ricordiamoci, aveva un PIL prebellico similare a quello spagnolo.

Altro aspetto importante di cui tenere conto, come sostenuto dal quotidiano Politico, è che il 24 febbraio gli europei hanno altresì formulato una propria ipotesi di accordo con Kiev sull’uso delle terre rare, vantaggioso per entrambe le parti, che potrebbe influenzare gli umori della Casa Bianca.

In definitiva, a partire dall’incontro in Arabia Saudita, gli USA hanno preventivamente consegnato ai russi qualsiasi leva negoziale, gettando discredito su quasi un secolo di affari esteri americani, e aprendo una scommessa da cui l’amministrazione Trump stessa potrebbe uscire sconfitta.

Infatti, cosa accadrebbe con eventuali accordi USA-Russia statuiti in assenza di ucraini ed europei?

Secondo il diplomatico lituano Gabrielius Landsbergis, sentito dal Kyiv Independent, esattamente nulla.

Perché in assenza di qualsiasi preventivo accordo con Kiev, o comunque non favorevole agli ucraini, questi e gli europei non riconoscerebbero gli esiti dei negoziati e potrebbero proseguire la guerra, con buona pace del teatro Trumputiniano. Obbligando Mosca a perpetuare l’impegno militare sul campo per cercare di spezzare il diritto degli ucraini alla libertà, con evidente dispendio di risorse vitali per tenere a galla la Russia.
L’ipotesi insomma è che Trump abbia preferito ascoltare la propaganda russa infiltrata nella base repubblicana, ignorando i pareri degli analisti di CIA e Pentagono, secondo cui la Russia, dato anche il massiccio svuotamento dei propri arsenali, non potrà gestire all’infinito la guerra. Ma questo lo sapremo con certezza solamente nei prossimi giorni e settimane, laddove dovesse manifestarsi qualche sottile strategia abilmente celata agli occhi dei maggiori analisti occidentali.

Potrebbe inoltre verificarsi un negoziato in cui verrà sì stabilita una pace, accettata dagli ucraini e con un temporaneo stop ai combattimenti, ma per cui Kiev e gli europei non riconosceranno mai i territori ucraini parzialmente occupati da Mosca, col fondato rischio di riavvio della guerra non appena gli attori sul campo saranno disposti a riprenderla.

Nella Germania fresca di elezioni l’orientamento del cancelliere entrante pare quello di concentrarsi immediatamente sulle priorità dell’Europa ed ignorare l’agenda Trump, che al momento si pone su una china del tutto diversa rispetto alla necessità di salvaguardare i principi del diritto internazionale scaturiti al termine del secondo conflitto mondiale.

In attesa del viaggio del premier britannico a Washington, chiudiamo questa analisi con le parole del presidente finlandese Alexander Stubb, tenute nell’anniversario del terzo anno di guerra:

«Non è la Russia a decidere sull’adesione all’Ue, è l’Unione Europea a farlo.
Non è la Russia a decidere sull’adesione alla Nato, è l’Alleanza stessa a farlo.
Non è la Russia a decidere cosa l’Ucraina ha al suo confine, quando, dove e come.
Non è la Russia a decidere sugli accordi di sicurezza europei

Di Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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